«Mi fa male la carta stampata, gli editori… tutti. Mi fanno male le edicole, i giornali, le riviste coi loro inserti: un regalino, un opuscolo, una cassetta, un gioco di società: “Un cappuccino e una brioches, grazie”. Mi fanno male quelli che comprano tutti i giornali perché la realtà è pluralista. Nooo, non mi fa male la libertà di stampa. Mi fa male la stampa! Mi fa male che ci sia ancora qualcuno che crede che i giornalisti si occupino di informare la gente. I giornalisti, che vergogna! “Cosa mettiamo oggi in prima pagina”? “Ma sì, un po’ di bambini stuprati, è un periodo che funzionano”. Mi fanno male le loro facce presuntuose e spudorate. Facce libere e indipendenti ma estremamente rispettose dei loro padroni, padroncini… Facce da grandi missionari dell’informazione che il giorno dopo guardano l’indice d’ascolto, sì, alla televisione… facce completamente a loro agio che si infilano le dita nelle orecchie e si grattano i coglioni. Sì, questi geniali opinionisti che gridano, litigano, si insultano, sempre più trasgressivi, questi coraggiosi leccaculo travestiti da ribelli! È questa libertà d’informazione che mi fa vomitare! Come sono delicato».
Correva l’anno 1994, e ad esprimere un’opinione così tranciante – eppure così attuale, in quest’epoca di redazioni costrette alla liquidazione coatta e di giornali cartacei ridotti a implorare abbonamenti per evitare l’ormai inevitabile fallimento – era Giorgio Gaber, nel suo monologo teatrale “Mi fa male il mondo”.
Dal 1994 ad oggi sono ormai passati quasi vent’anni, eppure la politica del “bambino stuprato in prima pagina” sembra dare ancora i suoi frutti: con la particolarità non indifferente che oggi, al contrario di allora, i titoli proposti dalla carta stampata si propagano in rete con una virulenza degna della peggiore influenza stagionale, e che, proprio come l’influenza stagionale, ciclicamente attaccano la popolazione proprio là dove il sistema immunitario si rivela più debole. Bacillo quasi invincibile, dunque, quello che permette che al suo interno si annidino le spore della paura.
Cosa fa più paura – viene spontaneo chiedersi – di uno stupratore in libertà, pronto a violentare ragazze indifese al parco o ad adescare bambini sotto scuola? È presto detto: un branco di stupratori in libertà. Ed ecco bello e pronto un titolone da far girare indisturbato fra le maglie della rete, a garanzia di sicuro successo: «Stupro di gruppo, no all’obbligo del carcere. L’ira delle donne: “Sentenza aberrante”». Ora, cosa succede quando un titolo del genere (indipendentemente dal contenuto dell’articolo) viene pubblicato su internet? Cosa succede quando un simile enunciato viene trasmesso al telegiornale? Succede che qualcuno inizia a parlarne, quasi mai andando a controllare la fonte primaria – anche perché, va detto, per districarsi nell’annodato mondo dei codici, dei codicilli, delle leggi e delle sentenze più che una laurea ci vuole una bacchetta magica, e per sperare che un articolo di giornale spieghi le cose esattamente come sono, senza dover essere costretti a fare un lavoro di ricerca personale, più che ottimismo ci vuole pura ingenuità -. Succede che per la rete iniziano a propagarsi commenti e giudizi sempre più netti, e sempre più slegati dal fatto scatenante.