Se della vita può disporre solo Dio, a che serve lo Stato?

La seconda domenica di maggio, sin dal 1957, ricorre in Italia la festa della mamma. Una festa di origini antichissime, che affonda le sue radici nei simboli e nei riti pagani volti ad onorare il passaggio dall’inverno alla primavera, e dunque a celebrare la fecondità e l’immensa capacità creativa della terra. La terra, simbolo di maternità per eccellenza, accoglie il seme, gli fornisce nutrimento e calore, gli permette di costruire le basi per lo sviluppo di una nuova vita. Così la mamma, che prima di tutto desidera il suo bambino, lo sceglie, e poi lo porta in grembo per tutto il tempo necessario affinché sia pronto ad affrontare la vita. “Madre”, infatti, etimologicamente parlando, è “colei che misura, che ordina”, derivante dal sanscrito MÂ – “ordinare, disporre” -, e non è un caso che la prima questione che una donna si trova a dover misurare, riguardo la maternità, sia proprio quella della scelta. Scegliere di diventare madre, scegliere di trasformare completamente la propria realtà, scegliere di dedicare la propria vita ad un’altra creatura.

Eppure, proprio nel giorno della festa della mamma, proprio nel giorno in cui questa capacità di misurare e disporre la realtà dovrebbe essere celebrata, una manifestazione a Roma protestava la volontà di impedire questa scelta, la mancanza della quale svuoterebbe ogni donna della propria consapevolezza. Una marcia, quella patrocinata dal Comune di Roma, non solo contro l’aborto, dunque, ma contro la stessa possibilità di ogni donna, di ogni madre, di agire responsabilmente la propria vita.

Se il politically correct cambia il finale

«Non so perché ma a volte mi sento una tenera Cenerentola in cerca del suo principe azzurro… e molte altre volte una femminista convinta dei suoi valori. Mai ho capito il perché di questa mia concezione, ma forse sono stanca della società di oggi… degli uomini di oggi. Un giorno solo il mio principe potrà farmi cambiare idea (ammesso che esista un principe, un’anima gemella)». Il commento, intrappolato tra le maglie della rete, appartiene ad una anonima “Cenerentola92″, la cui riflessione rispecchia ampiamente un conflitto – quello fra l’idea di matrice femminista di “donna emancipata” e l’immagine adolescenziale della “principessa delle fiabe” – che ormai perdura da diverso tempo. Un contrasto che è riemerso proprio in queste settimane, con l’uscita nelle sale del film Biancaneve, di Tarsem Singh. Un film che, già a partire dalla frase più celebre della protagonista (una bellissima Lily Collins), evidenzia la precisa volontà di edulcorare la fiaba dei Fratelli Grimm in nome del politicamente corretto: «Ho sentito tante storie su come il principe salva la principessa… è ora di cambiare il finale».

Erika Lust e il porno femminismo

Quando è accaduto esattamente? Quando il sesso – che è cosa tanto naturale, quasi ovvia, quasi scontata – ha assunto il carattere di oscenità e impudicizia che dalla notte dei tempi certo moralismo ha voluto attribuirgli? Quando la parola pornografia (che, letteralmente, attiene alla descrizione di tutto ciò che riguarda l’universo della prostituzione) è entrata nei nostri vocabolari in riferimento a tutto ciò che riguarda la sessualità, il rapporto fisico, o addirittura anche solo la nudità? Quando è accaduto, e perché?

E se Adamo ed Eva, stanchi della monotonia, avessero scelto consapevolmente di nascondersi dietro una foglia di fico? Se avessero voluto sperimentare – loro, i primi! – il piacere del mostrarsi, dello scoprirsi a poco a poco, del celare all’altro parti di sé? Cos’è la mela, in fondo, se non l’eccitazione del lasciarsi tentare da ciò che è proibito? Ed allora, in questo senso, magari il moralismo bigotto che nei secoli e nei millenni ha costretto il tema del piacere alla clandestinità, ha avuto anche un risvolto positivo. Magari, come il bambino a cui viene proibito di mangiare i biscotti, che trova nella trasgressione un piacere ancora più grande, così il sesso, relegato nell’ambito dell’occulto, ha assunto alla lunga forme sempre più intriganti.

Maria Immacolata. La verginità al di là del mito…

Parliamo del mito del Vangelo, cercando di uscire dalla contrapposizione ideologica sorta tra coloro i quali si ostinano a voler distinguere tra “leggenda” e “realtà”. Parliamo del mito di Maria Immacolata, del concepimento del Cristo e del dogma della verginità. Parliamo di tutto questo senza pretesa di rivelare qualche verità, ma solo col tentativo, forse audace, di portare avanti una riflessione. In questo senso, le considerazioni di Mircea Eliade attorno al valore esistenziale dell’esperienza del mito, rendono possibile iniziare a contemplare l’idea che narrazione e realtà non debbano necessariamente appartenere a due sfere distinte e inconciliabili.

Per Eliade, infatti, appartiene al mito il modo con il quale l’uomo primitivo entra in contatto con la realtà divina. Il mito è un racconto di creazione, e pertanto è sempre una storia sacra. «Per lo storico delle religioni ogni manifestazione del sacro è importante; ogni rito, ogni mito, ogni credenza, ogni figura divina riflette l’esperienza del sacro, e di conseguenza implica le nozioni di essere, di significato, di verità». Se quindi il Vangelo (il cui senso etimologico è “buona novella”) è portatore di un messaggio, questo messaggio dovrà necessariamente scaturire dall’incontro tra realtà e simbolo.

Il primo motivo che si incontra, nell’approcciarsi ai Vangeli, è quello di due nascite miracolose. La prima, quella di Giovanni, che prepara la strada alla seconda, quella di Gesù. «L’idea che il personaggio centrale di un mito o di un racconto non sia venuto al mondo nel modo abituale, ma che la sua nascita sia miracolosa e circondata di mistero», scrive Marie Louise Von Franz, psicoanalista svizzera, allieva e collaboratrice di Jung, «è un’idea universale. L’aspetto irrazionale della nascita dell’eroe e dell’eroina è una chiara prova che si tratta non di esseri umani, ma di contenuti psichici». Contenuti psichici, dunque, la cui nascita eccezionale è annunciata in modi e tempi completamente diversi. Perché diverso sarà il loro ruolo.

Ilva di Taranto. Cronaca di un fallimento.

«Unisciti a noi! Venerdì 30 Marzo. Manifestazione per difendere il tuo posto di lavoro contro le strumentalizzazioni fatte sulla nostra pelle e per un futuro ecosostenibile». Firmato, i Lavoratori Ilva. Una manifestazione, quella di venerdì scorso, perfettamente esplicativa della situazione di ricatto che tutta la popolazione tarantina si ritrova, suo malgrado, costretta a subire. Una situazione fatta di scontri, campagne elettorali, udienze, perizie epidemiologiche: una realtà che, man mano che il tempo passa, si fa sempre più dannosa, pressante, esasperante.

Dunque, si è passati in poco tempo dai paradossali annunci di un Vendola che dichiarava risolto il problema ambientale, alla possibilità che uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell’acciaio in Europa si trovi costretto a chiudere battenti e a lasciare a casa migliaia di lavoratori.

In questa paradossale situazione, nefasta fu l’ignavia di una politica che non è mai riuscita a farsi realmente carico di un problema ormai talmente insostenibile da richiedere l’intervento della magistratura. I dati espressi dai periti nominati dal gip Patrizia Todisco per comprendere lo stato di salute dei tarantini in relazione agli inquinanti emessi dallo stabilimento siderurgico non hanno fatto altro che confermare ciò che i cittadini già sapevano da tempo: 174 decessi per tumore nell’arco di sette anni, attribuibili al superamento delle norme previste per le emissioni di polveri sottili nell’aria. In particolare nei quartieri a ridosso dell’Ilva è stato registrato il quadruplo di mortalità e il triplo di ricoveri per malattie cardiache rispetto al resto della città.

Il quadro di compromissione relativo allo stato di salute degli operai dell’industria siderurgica, poi, «è confermato dall’analisi dei ricoveri ospedalieri con eccessi di ricoveri per cause tumorali, cardiovascolari e respiratorie». A fronte di ciò, il Gruppo Riva ha ben pensato di sfruttare la disperazione degli operai e l’inesistenza dei sindacati, promuovendo una manifestazione (pagata) per protestare le ragioni dell’azienda. Mentre fuori divampava la protesta, in aula si discuteva la perizia epidemiologica che dovrebbe determinare una volta per tutte le responsabilità dei vertici del siderurgico nei confronti dei lavoratori e dell’ambiente.

Piazza Fontana. Romanzo di una strage.

Dodici dicembre 1969. Una data che difficilmente si arriva a studiare nei libri di scuola (fino alla fine del liceo si vive nella convinzione che la storia si interrompa nel 1945 e arrivi direttamente ai giorni nostri). Una data però fondamentale, che segna l’inizio di un lungo periodo – quello delle stragi nere, della lotta armata, della strategia della tensione – la cui ferita non si è ancora rimarginata completamente. È possibile che sia proprio questo il motivo per cui normalmente a scuola non viene neanche sfiorato l’argomento, o per cui, ogni volta che questo viene introdotto, immediatamente ci si ritrova invischiati in una cortina di polemiche e discussioni dalle quali riesce impossibile districarsi. È nell’opinione di molti l’idea che si tratti di una questione ancora troppo “fresca”, e che sia impossibile guardarla con oggettività. Ma perché, mi chiedo? Perché abbiamo bisogno di cento o duecento anni per elaborare i nostri conflitti? Perché abbiamo bisogno di seppellirli, prima di poter riconoscere la loro esistenza?

Con queste domande ancora in mente, ho salutato con curiosità, questo dicembre, la notizia della preparazione del film Romanzo di una strage, di Marco Tullio Giordana. “Finalmente”, mi sono detta, un film che possa fare da ponte: per accostarsi alla storia di quegli anni (e di conseguenza anche dei nostri) senza preconcetti, per approfondire, per liberarsi una volta per tutte da quella visione manichea e a senso unico che permea la nostra realtà. Una curiosità, la mia, che ovviamente non nasce dall’ottimistica quanto velleitaria idea che un film non possa contenere errori o contraddizioni. È una curiosità, però, che deriva dalla consapevolezza che un film può aprire la storia al grande pubblico meglio di un libro o di un articolo di giornale, e dalla convinzione che nella nostra realtà – in cui numerosi sondaggi attestano che la maggioranza dei giovani studenti si dichiara convinta che le stragi di Milano, di Brescia o di Bologna siano state opera delle Br – questo sia estremamente necessario. Il film, che uscirà nelle sale il 30 marzo (tra pochissimi giorni), sembra aver già iniziato a far discutere, com’era ovviamente prevedibile.

Sesso, disabilità e prostituzione. Tabù…

«Interdizione o divieto sacrale di avere contatto con determinate persone, di frequentare certi luoghi, di cibarsi di alcuni alimenti, di pronunciare determinate parole, imposti per motivi di rispetto, per ragioni rituali, igieniche, di decenza o per altri motivi». Questo il significato, da vocabolario, della parola “tabù”. Una parola di origine polinesiana, il cui senso si avvicina pericolosamente ad un termine a noi più vicino: “censura”. Quale la differenza? Semplice: storicamente, la censura – ovvero il giudizio sulla condotta o sulle azioni altrui – atteneva ad un’autorità o ad un ufficio appositamente predisposti al fine di controllare ciò che fosse più o meno giusto far circolare tra il pubblico. Il tabù, al contrario, ha spesso un’origine sociale o religiosa, incontrollata, e per questa ragione forse ancor più pericolosa. Un ufficio può sempre essere chiuso, un’autorità sovvertita: ma le abitudini, si sa, sono dure a morire.

Alla luce di ciò, come è possibile affrontare serenamente e con chiarezza un argomento in cui censura e tabù si intrecciano indissolubilmente? Se già è difficile parlare del sesso – e ancor più complicato parlare di amore – a causa dell’enorme confusione mediatica cui siamo soggetti quotidianamente; se già è difficile affrontare l’argomento della prostituzione in tutte le sue sfaccettature, compresa quella della legalizzazione, a causa della volontà della politica tutta di rinchiuderla ipocritamente in un ambito quasi esclusivamente criminale; se già è complicato parlare di disabilità – fisica o psichica che sia – a causa dell’enorme pregiudizio che ancora oggi investe l’intera tematica, come affrontare serenamente e con chiarezza un argomento in cui tutti questi temi si intrecciano fino a fondersi insieme?

8 marzo. Una festa vuota…

Festa della donna, mimosaArriva ogni anno, puntuale come le tasse, la “festa della donna”. Una giornata, quella dell’8 marzo, che assume sempre più le tonalità di quelle vecchie foto che conserviamo gelosamente in ricordo dei nostri cari estinti, a dispetto dell’arrivo della primavera e del colore pastello dei ramoscelli di mimosa. Una giornata “della memoria”, si potrebbe dire, in ricordo del caro vecchio femminismo che fu, e che mai più sarà.

Quest’anno, anzi, sembra che qualcuno abbia deciso di festeggiarla in anticipo, questa bella ricorrenza, colto da un improvviso scatto di impazienza. È la notte del 4 marzo, e Mario Albanese, originario di Modugno, ha ucciso a Brescia la ex moglie Francesca Alleruzzo, il suo nuovo compagno, la figlia ventenne di lei e il suo fidanzato, nella stessa abitazione in cui dormivano anche le tre figlie della coppia, rispettivamente di 5, 7 e 10 anni. E l’ha uccisa dopo averla perseguitata per mesi, perché, come recita il vecchio adagio, “o sei mia o di nessun altro”. Una storia – è terribile dirlo, ma è così – come tante, come troppe storie tutte uguali che giornalmente infestano le cronache nazionali, o che magari (se non intervengono eroici carabinieri, o se a rimanere uccisa è solo la ex moglie di turno) non riescono neanche a uscire al di fuori della cronaca cittadina.

Qualcuno potrebbe dire che va bene, che le tragedie accadono a tutti e che la follia purtroppo alberga in posti insospettabili. Però non si tratta di tragedia, né di follia. Si tratta di normalità. Una normalità che è figlia di quella stessa cultura, di quello stesso modo di pensare che ci porta, anno dopo anno, a festeggiare la vuota festa dell’8 marzo.

La felicità? È leggere un romanzo di Paolo Zardi

La felicità esiste, Paolo ZardiLa felicità esiste:  il titolo del primo romanzo di Paolo Zardi sembra non voler lasciare spazio a dubbi, domande o esitazioni. È un’affermazione piena, sicura, forte della sua posizione di rilievo. È un’affermazione, però, che dura il tempo in cui si tiene in mano la copertina, perché viene subito smentita dai fatti. L’incipit del romanzo, «Poiché tutti sanno che la felicità non esiste, ognuno ne cerca un surrogato, piccolo o grande che sia», crea subito un piacevole contrasto che accompagna il lettore, senza mollarlo di piede per tutta la durata della storia. Come un teorema da seguire per non perdersi, passo per passo, lo svolgimento della narrazione.

Chi già ha imparato a conoscere Paolo Zardi attraverso i racconti del suo libro d’esordio, Antropometria, conosce perfettamente l’interesse che l’autore nutre per l’essere umano, in tutte le sue multiformi sfaccettature, e per tutto ciò che riguarda l’esistenza nel suo incedere quotidiano. Un  passo scandito da lancette invisibili, sapientemente intessute nella trama a circoscrivere attimi ed eventi. Lancette capaci di trascinare il lettore in una dimensione nuova – eppure perfettamente tangibile – e al tempo stesso di definire con precisione millimetrica “l’evento inaspettato”: «il fulcro attorno al quale ciascun personaggio tenta di riscrivere i contorni della propria vita».

Quando i giudici rispettano la Costituzione i giornali che fanno?

«Mi fa male la carta stampata, gli editori… tutti. Mi fanno male le edicole, i giornali, le riviste coi loro inserti: un regalino, un opuscolo, una cassetta, un gioco di società: “Un cappuccino e una brioches, grazie”. Mi fanno male quelli che comprano tutti i giornali perché la realtà è pluralista. Nooo, non mi fa male la libertà di stampa. Mi fa male la stampa! Mi fa male che ci sia ancora qualcuno che crede che i giornalisti si occupino di informare la gente. I giornalisti, che vergogna! “Cosa mettiamo oggi in prima pagina”? “Ma sì, un po’ di bambini stuprati, è un periodo che funzionano”. Mi fanno male le loro facce presuntuose e spudorate. Facce libere e indipendenti ma estremamente rispettose dei loro padroni, padroncini… Facce da grandi missionari dell’informazione che il giorno dopo guardano l’indice d’ascolto, sì, alla televisione… facce completamente a loro agio che si infilano le dita nelle orecchie e si grattano i coglioni. Sì, questi geniali opinionisti che gridano, litigano, si insultano, sempre più trasgressivi, questi coraggiosi leccaculo travestiti da ribelli! È questa libertà d’informazione che mi fa vomitare! Come sono delicato».

Correva l’anno 1994, e ad esprimere un’opinione così tranciante – eppure così attuale, in quest’epoca di redazioni costrette alla liquidazione coatta e di giornali cartacei ridotti a implorare abbonamenti per evitare l’ormai inevitabile fallimento – era Giorgio Gaber, nel suo monologo teatrale “Mi fa male il mondo”.

Dal 1994 ad oggi sono ormai passati quasi vent’anni, eppure la politica del “bambino stuprato in prima pagina” sembra dare ancora i suoi frutti: con la particolarità non indifferente che oggi, al contrario di allora, i titoli proposti dalla carta stampata si propagano in rete con una virulenza degna della peggiore influenza stagionale, e che, proprio come l’influenza stagionale, ciclicamente attaccano la popolazione proprio là dove il sistema immunitario si rivela più debole. Bacillo quasi invincibile, dunque, quello che permette che al suo interno si annidino le spore della paura.

 Cosa fa più paura – viene spontaneo chiedersi – di uno stupratore in libertà, pronto a violentare ragazze indifese al parco o ad adescare bambini sotto scuola? È presto detto: un branco di stupratori in libertà. Ed ecco bello e pronto un titolone da far girare indisturbato fra le maglie della rete, a garanzia di sicuro successo: «Stupro di gruppo, no all’obbligo del carcere. L’ira delle donne: “Sentenza aberrante”». Ora, cosa succede quando un titolo del genere (indipendentemente dal contenuto dell’articolo) viene pubblicato su internet? Cosa succede quando un simile enunciato viene trasmesso al telegiornale? Succede che qualcuno inizia a parlarne, quasi mai andando a controllare la fonte primaria – anche perché, va detto, per districarsi nell’annodato mondo dei codici, dei codicilli, delle leggi e delle sentenze più che una laurea ci vuole una bacchetta magica, e per sperare che un articolo di giornale spieghi le cose esattamente come sono, senza dover essere costretti a fare un lavoro di ricerca personale, più che ottimismo ci vuole pura ingenuità -. Succede che per la rete iniziano a propagarsi commenti e giudizi sempre più netti, e sempre più slegati dal fatto scatenante.